La recente apertura di Eko, l’emporio solidale dell’Unione Terre di Castelli, indica che sono sempre di più i territori che scelgono di dotarsi di un emporio, segno che questo tipo di intervento è ormai riconosciuto come innovativo ed efficace. Ma qual è il loro impatto sociale sul territorio? Aprire un emporio conviene? Si tratta di domande complesse, a cui ha cercato di dare risposta una ricerca realizzata dal CAPP – Centro di Analisi di Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio Emilia, intitolata “Indagine valutativasu Portobello Emporio Sociale di Modena” a cura di Massimo Baldini, Marco Ranuzzini e Giovanni Gallo.

La ricerca è stata realizzata nel corso del 2017 e fa riferimento ai dati 2016-2017. È costituita da due parti: la prima è basata su interviste ai beneficiari; la seconda è un’analisi costi–benefici con l’obiettivo di valutare se l’apporto in termini di benefici per la collettività è maggiore dei costi che la stessa deve sostenere per affrontare il progetto, tentando di dare un valore monetario anche a variabili tendenzialmente difficili da quantificare, come per esempio il valore del volontariato. I dati utilizzati per la ricerca sono stati raccolti grazie agli operatori del Centro Servizi del Volontariato – che ha commissionato la ricerca e coordinato Portobello fino al 30 giugno 2017 -, e del Comune di Modena, ai volontari e ai beneficiari dell’emporio, a un campione di donatori.

Dall’indagine emerge che Portobello rappresenta un rilevante aiuto per le famiglie in difficoltà socio-economica. Incrociando i dati amministrativi e i risultati delle interviste a cui è stato sottoposto un campione di famiglie, si evidenzia che l’emporio copre mediamente il 40% delle spese per consumi familiari dei suoi utenti, determina un aumento complessivo del potere d’acquisto pari a circa 800 euro nei sei mesi di accesso e consente al 50% delle famiglie beneficiarie di rimborsare le bollette arretrate. L’emporio sostiene inoltre la ricerca del lavoro e guida verso una più adeguata gestione del bilancio familiare, aumenta l’inclusione sociale e incoraggia all’attività di volontariato, migliorando l’attivazione lavorativa e lo stato d’animo di chi vi accede. Infine, Portobello incentiva all’acquisto di alimenti salutari e all’adozione di uno stile di vita più sano e riduce lo spreco alimentare, redistribuendo tutti i prodotti in entrata ai suoi utenti o a quelli di altre associazioni.

Il valore sociale di Portobello nel 2016 è stato positivo, al netto di tutti i costi. L’emporio, infatti, è in grado di attivare dal punto di vista sociale volontari che producono benefici sia personali che per la collettività; l’emporio, poi, basandosi sulle proprie forze, crea valore attraverso la redistribuzione totale dei beni ricevuti sotto forma di donazioni, e genera benefici positivi anche per altri settori della società, fra cui i donatori. Se poi si isola il solo valore sociale che si genera dall’attività di Portobello in termini di rapporto tra il valore delle attività create dai volontari e i costi necessari alla gestione delle attività dei volontari stessi, si osserva che 1 euro investito nel progetto Portobello rende almeno il quadruplo in termini di volontariato.
Alcuni elementi da sviluppare in futuro potrebbero essere questi: potenziare ulteriormente il coinvolgimento dei beneficiari nelle attività di consulenza e – alla luce delle nuove politiche di reddito minimo ufficializzate negli ultimi mesi sia a livello nazionale, sia regionale – aumentare l’integrazionefornendo un supporto strutturale a quest’ultime sotto il profilo dell’inclusione sociale e della lotta alla povertà alimentare.Risulteràimportante,quindi, la complementarietàfraservizisocialierealtàdelterzosettore di cui Portobello è parte attiva da cinque anni a questa parte.

Della ricerca hanno parlato anche CSVNet e Vita Non Profit

A questo link è possibile leggere una Sintesi del Rapporto su Portobello.